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Simone Ippolito

Nebbia in val padana

Le attuali condizioni meteo riportano alle luci della ribalta un fenomeno assai curioso, dai contorni tutt’altro che scontati. Il tema affrontato non sarà nuovo ai nostri lettori più stagionati: avevamo trattato il caso nel dicembre 2015. Riproponiamo l’analisi. Buona lettura.

DE MEDIOLANENSIS NEBULA FORAMINE

Com’è noto, condizioni d’alta pressione nel cuore dell’inverno determinano la comparsa di nebbie semi-permanenti nei territori di pianura, in un contesto atmosferico d’inversione termica. Aria molto più mite (e relativamente più secca) alle medio-alte quote tende a comprimere a fondovalle una patina d’aria stagnante molto più fredda e umida.

La Pianura Padana, per quanto sia enorme, è pur sempre una valle: la Valle del Po. Nelle ore notturne, sotto cieli sgombri da nubi, la dispersione di calore verso lo Spazio determina la progressiva condensazione di strati nebbiosi più o meno spessi, solitamente concentrati nei primi 100-200m di quota. Di norma il limite superiore di queste nebbie da irraggiamento è prettamente altimetrico: oscilla a ridosso della fascia pedemontana. E’ una sorta di enorme pozzanghera grigiastra adagiata sul fondo del catino padano. Chi viaggia quotidianamente tra Milano e le Pedemontane ben conosce questa scenografia, vigliacca altalena d’emozioni al volante.

Nelle ore centrali della giornata, l’energia irraggiata dal sole – pur stagionalmente modesta, avendo superato da poco il Solstizio d’Inverno – riesce ad aumentare leggermente la temperatura dell’aria di bassa quota, dissipando a fatica parte di questa copertina bianca e restituendo i cieli azzurri ai meneghini più fortunati. Questa operazione di lenta erosione avviene con maggiore rapidità e migliore successo laddove gli strati nebbiosi sono più sottili, dunque dalle medio-alte pianure a salire di quota, oppure laddove si palesi il contributo di una qualsivoglia fonte di calore di origine antropica, a mantenere una temperatura media dell’aria leggermente più alta rispetto al circondario.
La principale sorgente di calore “dal basso” è quella veicolata dall’isola urbana, rappresentata dall’enorme mole di energia dissipata da tutte le nostre attività (in primis il riscaldamento). Va da sé che le grandi città, specie le più densamente popolate, siano agli effetti dei piccoli fornellini accesi sotto le algide chiappe della nebbia.

Prendiamo in prestito le immagini satellitari di oggi, mercoledì 8 gennaio 2020, per mostrarvi il fenomeno sulla metropoli milanese, che si presenta con una particolarità tutta da scoprire.
La scansione Modis/Terra acquisita alle ore 11:34 locali evidenzia un bel “buco” aperto tra le nebbie nei pressi del Capoluogo. O almeno così sembrerebbe. Utilizziamo la georeferenziazione fornita dai generosi strumenti di telerilevamento NASA (precisione dell’ordine dei 250 metri) per capire in quali quartieri vivono i milanesi che per primi sono stati baciati dai raggi del sole.
Con una certa sorpresa possiamo verificare che non si tratta del centro città, bensì della periferia orientale, immediatamente interna alla Tangenziale Est, con punto mediano posizionato all’altezza dello svincolo di Viale Forlanini – Linate. Un caso? Ebbene no.

Il primissimo varco circolare nella nebbia milanese si apre sempre e puntualmente sulla verticale di quell’isolato lì, peraltro non particolarmente denso di infrastrutture, anzi ancora ricco di campi. I più scettici potranno divertirsi a verificare quanto sopra tramite i preziosi archivi storici ventennali dei satelliti polari ad altissima risoluzione (NASA Modis e VIIRS).
La domanda ora sorge dunque spontanea: come mai il galeotto pertugio nell’impalpabile lenzuolo si fa strada proprio in quel punto? Perché mai si apre nei pressi del Duomo? O sopra San Siro? O in zona Stazione Centrale?

Dopo una lunga ricerca, la motivazione più verosimile che abbiamo ipotizzato chiama in causa la centrale A2A di Milano “Canavese”, impianto di cogenerazione per il teleriscaldamento (90 MW di potenza totale installata, 75 MW termici). La sua posizione coincide con il punto da cui ha sempre origine la prima frattura nella coltre nebbiosa milanese.
Per quanto le dispersioni termiche locali di un impianto così moderno ed efficiente siano basse, con ogni probabilità tale influenza permanente è sufficiente a strutturare un “locus minoris resistentiae” nella nostra benamata scighèra.

Allorché i raggi solari hanno vinto il primo terreno, la retroazione positiva che si innesca (crollo locale dell’albedo, forte aumento dell’assorbimento di calore) è tale da innescare un processo di erosione concentrica della nebbia a progressione esponenziale. Abbiamo cercato di diagrammarne la dinamica impiegando i fotogrammi odierni del satellite geostazionario (EUMETSAT) a passi di 15 minuti.
In ultimo: la scansione satellitare MODIS/Aqua delle ore 13:17 locali, oltre a mostrarci la tipica configurazione milanese con la nebbia ancora permanente nei quartieri sud-occidentali (Tangenziale Ovest) a fronte dell’Hinterland nord sotto cieli sereni, evidenzia un fenomeno analogo – in misura molto più ridotta – sopra la città di Novara.

Ad ogni modo, a prescindere da quante e quali siano le fonti antropiche specifiche che telecomandano l’ombelico del tepore sopra le nostre zucche, in condizioni invernali d’alta pressione Milano trasmette a un’eventuale intelligenza aliena un segnale chiaro ed inequivocabile della propria ingombrante esistenza.

fonte:centro meteo Lombardo